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IL MAKE UP

Il trucco è il mezzo concreto attraverso il quale è possibile modificare il proprio volto in modo che si avvicini il più possibile ad un concetto astratto ed assoluto di bellezza (o di tendenza). Nella Vita di tutti giorni ogni donna giovane o meno giovane, non rinuncia al trucco neanche in palestra.Quindi il trucco non è indispensabile solo per personaggi cinematografici ma anche per donne di qualsiasi classe.
Una cosa importante è conoscere i prodotti giusti e mirati per consentire a tutte di diventare belle oltre la propria natura. Per capire la storia del make up dobbiamo andare indietro nel tempo all’epoca degli egizi. Gli Egizi importavano dall’Oriente oli essenziali e minerali utili alla produzione di unguenti e profumi già 3500 anni prima di Cristo.
I sacerdoti confezionavano e conservavano, in vasi di alabastro, timo, origano, mirra, incenso, lavanda, oli di sesamo, di oliva e di mandorle. Questi prodotti, la cui funzione primaria era nella mummificazione, venivano usati anche per massaggiare il corpo dei vivi dopo il bagno e per preservarlo dagli sgradevoli effetti della sudorazione.
L’uso di questi unguenti fu poi adottato anche da altri popoli del Mediterraneo.
Anche la cosmesi ebbe grande diffusione in Egitto, tra uomini e donne: l’antimonio fu la materia prima per il bistro (kohol) per far risaltare gli occhi sottolineando ciglia e sopracciglia e l’henné fu usato per dipingere le unghie di mani e piedi. Anche gli antichi Mesopotanici, uomini e donne, usavano bistro, belletti e capelli posticci mentre molto sobri furono i costumi degli Ebrei che usavano oli ed unguenti profumati.

Nel periodo pre-classico: in Omero viene attribuita la perfezione fisica alle divinità ed agli eroi di cui, di volta in volta, si mettono in risalto le membra armoniose e possenti, se sono maschi, o le guance rosate, gli occhi cerulei e le bianche braccia, se sono femmine.
Bisognerà arrivare al V secolo a.C. per trovare nelle sculture di Mirone, Fidia e Policleto la concretizzazione della teoria estetica che essi avevano elaborato: un corpo è bello quando ogni sua parte ha una dimensione proporzionata alla figura intera. L’atleta è il soggetto preferito dagli scultori classici e diventa il modello per rappresentare anche la divinità; nell’atleta e nel dio le qualità morali come l’autocontrollo, il coraggio, l’equilibrio interiore e la volontà concorrono a farne la misura, il canone della perfezione: sono gli esseri superiori con cui devono misurarsi i comuni mortali.
Oli profumati di rosa, gelsomino o nardo vengono usati da uomini e donne per ungere corpo e capelli dopo il bagno e durante i banchetti e le donne di ogni età sogliono imbellettarsi il viso con una crema a base di biacca prodotta a Rodi: l’uso di questo belletto è, però, vietato durante il lutto e le cerimonie legate ai misteri di Demetra.
Dopo la conquista della Grecia (146 a.C.), anche i Romani impararono a curare il loro aspetto fisico ed assunsero, tra l’altro, i canoni estetici e le relative usanze del popolo vinto: “Graecia capta ferum victorem coepit “ ossia “ La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore”.
Nel I secolo a.C. Vitruvio scrive. “ ….la natura ha composto il corpo umano in modo tale che il viso, dal mento all’alto della fronte e alle più basse radici dei capelli, fosse la decima parte del corpo…, la terza parte del viso, considerata in altezza, è dal mento alla base delle narici; un’altra terza parte è costituita dal naso stesso considerato dalla base delle narici al punto d’incontro delle sopracciglia e la terza parte va da lì alla radice dei capelli…”: è la stessa teoria della perfezione espressa dagli scultori greci!
Le raffinate abitudini greche ed orientali influenzarono fortemente i costumi dei Romani durante l’Impero ed i dipinti dell’epoca ci danno notizia dei trucchi usati dalle donne per essere più belle. Si pubblicarono addirittura dei manuali di bellezza ( es.” De medicamine faciei feminae “ di Ovidio ), in cui si consigliava l’uso di cerussa di Rodi per nascondere le imperfezioni della pelle; di fucus o purpurissum per dar colore al viso e alle labbra; di fuligo per scurire ciglia e sopracciglia e dar risalto agli occhi. Le Romane usavano anche creme depilatorie a base di olio, resine, pece e sostanze caustiche e tingevano i capelli di rosso acceso se li avevano scuri.
A Roma non si conosceva l’uso del sapone e, se qualche signora della famiglia imperiale (v. Poppea) è rimasta famosa per i suoi bagni in latte di asina che rende bianca e liscia la pelle, tutti usavano, come detergenti, la soda o la creta finissima o, ancora, la farina di fave e, dopo il bagno massaggiavano il corpo con olio di oliva per proteggersi dalle infreddature, come racconta Plinio.
Con l’avvento del Cristianesimo, i nuovi valori squisitamente spirituali che esso propone tendono ad annullare la ricerca della bellezza fisica e Tertulliano (II sec.d.C.), nel suo trattato “De cultu feminarum” condanna come peccaminose le abitudini estetiche delle donne.
Le invasioni dei popoli dell’Europa nord-orientale e lo sconvolgente mutamento culturale che ne deriva per l’ex Impero romano, rendono superfluo tutto ciò che non è un bisogno primario: i modelli estetici classici non hanno alcun senso e gli invasori possono proporre, tutt’al più, l’uso di burro acido per lucidare i capelli. Ma anche questi selvaggi conquistatori furono lentamente conquistati dalla civiltà dei vinti.
Per ritrovare un po’ di buon gusto bisognerà arrivare all’epoca feudale ( X sec. d.C. ), quando dai castelli franco-provenzali si diffonde il modello culturale cortese che restituisce una qualche gentilezza al vivere civile. Ne deriva un recupero di valori tra i quali l'apprezzamento per la bellezza (specie quella femminile), esaltata dai trovatori che, viaggiando di corte in corte, diffondono con i loro canti la fama di bellissime castellane e, senza averne piena coscienza, contribuiscono a creare dei nuovi canoni estetici pur se quasi esclusivamente femminili. E’ il modello di una bellezza nordica quello che si impone, prima attraverso la letteratura, poi attraverso le conquiste militari: la carnagione chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri, che sono caratteristiche fisiche di Normanni e Svevi, diventano il segno della distinzione sociale e condannano i più diffusi colori scuri, tipicamente mediterranei, ad essere indice di subalternità.
Biondo era e bello e di gentile aspetto…” dirà Dante presentando Manfredi di Svevia e bionde sono le madonne sacre o profane che siano.
Si ripropongono manuali di bellezza che suggeriscono alle donne come rendere candido e liscio il viso (con biacca, allume, borace, limone, aceto e chiara d’uovo) e biondi i capelli (con tinture e lozioni a base di vegetali e minerali), rosse le labbra (con minio e zafferano ) e bianchi i denti (con la salvia).
Benché la morale cristiana condanni questi costumi (v. Jacopone da Todi nella Lauda “L’ornamento delle donne dannoso”) o la satira ne faccia oggetto di sberleffo (v. Boccaccio in “Corbaccio”) la moda imperversa e le donne stesse preparano da sé i loro belletti se non possono ricorrere ai “merciai”.

IL RINASCIMENTO
‘ammirazione per il bello inteso come perfezione e armonia riporta in auge i canoni estetici classici e la necessità di ricercare rimedi indispensabili per rendere perfetto ciò che non lo è del tutto.
Nel 1562, G. Mariniello scrive il primo trattato di cosmetologia dell‘Occidente (“Gli ornamenti delle donne”) e non è un caso che a farlo sia un italiano: in Italia infatti predomina una concezione di vita che celebra la bellezza del corpo e italiani sono i primi profumieri. Grazie ai mercanti veneziani o fiorentini preziose sostanze orientali vengono immesse sul mercato per soddisfare le aspirazioni di uomini e donne desiderosi di piacere e di piacersi; una vera mania per i belletti ed i profumi si diffonde nelle classi più abbienti: vaporizzazioni di mercurio, bistecche crude sulla pelle, ricette segretamente preparate e riservate a pochissime elette permettono alle dame delle corti signorili di avere quell’aspetto che pittori come Botticelli o Tiziano hanno eternato.
Quando Caterina de Medici sposa il re di Francia porta con sé, a Parigi, Renato il suo profumiere personale che darà origine ad una produzione locale di cosmetici (seconda metà del 1500).

600/700
E’ l’epoca delle teste incipriate, dei nei finti su viso, spalle e décolleté.
La toilette di dame e cavalieri esige parecchio tempo: bisogna preparare il viso con poca acqua e alcool profumato; vi si stende sopra un unguento fatto con pasta di mandorle e grasso di montone e poi la biacca. Il viso diventa una tavolozza su cui col bistro si ridisegnano occhi e sopracciglia e si spennella un liquido rosso (in ben 12 sfumature!) per dar colore. Si usa addirittura dell’azzurro per sottolineare le vene.
Il modello estetico viene sempre dalla corte, specialmente quella di Francia, e a Parigi Mademoiselle Martin, profumiera reale, è l’arbitro dell’eleganza femminile.
A soddisfare prontamente i bisogni estetici dei cortigiani sono addirittura poste in commercio delle trousses che contengono belletti bianchi e rossi, matita per labbra e nei finti.
In Inghiltera invece nel 1770 il Parlamento emette un decreto secondo il quale sarà condannata come strega qualunque donna abbia conquistato un marito tramite capelli finti, tacchi alti, profumi e belletti e il matrimonio sarà considerato nullo.

L’ETA’ CONTEMPORANEA
I radicali mutamenti determinati dalla rivoluzione francese e l’avvento della borghesia portano nuovi modelli di vita e nuovi costumi.
Lo spirito pratico dei borghesi è immune dai fasti e dagli eccessi coltivati finora; anzi, gli ideali forti del Romanticismo fanno emergere l’interiorità di uomini e donne il cui aspetto fisico sarà specchio di animi tormentati e inquieti:
"Solcata ho la fronte, occhi incavati intenti".
La prima evidenza archeologica dell'uso dei cosmetici è stata indivdiuata nell' Antico Egitto attorno al 4000 AC. Anche gli Antichi Greci e gli Antichi Romani facevano uso di cosmetici. In particolare gli antichi romani ed egiziani usavano cosmetici contenente un elemento tossico come il mercurio.
Nel 19° secolo la Regina Vittoria, definì il trucco una maleducazione. Veniva considerato come qualcosa di volgare e usato solo da attori e prostitute [1]
Dalla Seconda guerra mondiale in poi la diffusione dei cosmetici si fece capillare in tutto il mondo occidentale, anche se vennero proibiti nella Germania Nazista. Altri eventi importanti sulla storia dei cosmetici, in inglese, è possibile leggerli presso i collegamenti esterni alla fine della voce.
In Giappone le geishe usavano un rossetto fatto con petali di cartamo o zafferanone schiacciato, ed anche per dipingersi le sopracciglia,il taglio degli occhi e il bordo delle labbra.
Nel paese del Sol Levante le geishe usano per fondotinta anche confezioni di Bintsuke, una versione più leggera di una pomata utilizzata dai lottatori di sumo per ungersi i capelli. Pasta bianca e polvere per colorare il volto, e la schiena ; rosso per definire il contorno degli occhi e il naso. Tintura nera per colorare i denti durante la cerimonia di iniziazione delle apprendiste geishe, chiamate maiko.
Attualmente, l'industria cosmetica è dominata da un ristretto numero di multinazionali nate all'inizio del 20° secolo. La prima, una delle maggiori dominanti, è stata L'Oreal, fondata da Eugene Shueller nel 1909 con il nome di French Harmless Hair Colouring Company. L'anno successivo il mercato dei cosmetici subì uno sviluppo improvviso con la comparsa del trio Elizabeth Arden, Helena Rubinstaine Max Factor. Poco prima della Seconda Guerra Mondiale si aggiunse al gruppo Revlon e subito dopo Estée Lauder.

Scopi
Lo scopo principale della cosmetica moderna è di simulare giovinezza, salute e di conseguenza l'eccitazione sessuale. Ma la cosmetica, oltre a questo ha diversi altri scopi : per esempio di modificare l'apparenza fisica per ottenere particolari forme di makeup, usate per preparare gli attori per il teatro e il cinema. E' possibile in questo modo realizzare una grande varietà di effetti fino alla completa trasformazione di un attore in un essere non umano, grazie all'uso di specifiche protesi. I cosmetici sono utilizzati anche per istruire i medici per riconoscere e trattare le lesioni. Inoltre viene utilizzato dalle adolescente per apparire meno giovani. In questo modo credono di apparire sessualmente più attraenti. Nei paesi anglossasoni, durante la festa di Halloween uomini o donne, giovani o anziani, possono utilizzare trucchi senza sentirsi in imbarazzo.
Tipologia dei cosmetici
I cosmetici comprendono : rossetti e lucidalabbra (usati per colorare le labbra, un facsimile del risveglio sessuale), fondotinta, cipria e belletto (usato per colorare il volto, illuminando e rimuovendo le imperfezioni si produce l'impressione di salute e giovinezza ) ; il mascara (usato per amplificare le dimensioni delle ciglia, occhi più grandi in proporzione al volto è segno di giovinezza), spazzolino per gli occhi e ombretto ( usato per colorare le palpebre) ; e infine la lacca per le unghie ( usata per colorare le dita delle mani e dei piedi.

Ingredienti
Tra gli ingredienti della cosmetica moderna è possibile trovare sostanze che destano una certa sorpresa : per esempio per i rossetti si usa sostanza presa dalle scaglie di pesce, e più precisamente sostanze "illuminanti" chiamate "pearl essence" o "essenza di perla". Viene principalmente ottenuta dalle aringhe, ed è un sottoprodotto dal processo di commercializzazione del pesce su grande scala. Il colore carminio di molti rossetti viene ricavato dalla pressatura delle coccinelle.

Il marchio moderno per la cosmesi di Max Factor è noto come il make-up dei make-up artists. Ed in realtà lo stesso Mr. Max Factor è stato il padre di innumerevoli innovazioni nel magico mondo della cosmesi, dal primo fondotinta alle ciglia finte, dettando il look delle donne di varie generazioni. I look che Max Factor creava ad Hollywood per le dive del grande schermo hanno costruito il concetto di bellezza del ventesimo secolo e sono stati copiati dalle donne di tutto il mondo.

Era il 1914 ad Hollywood e Max Factor creò allora alcuni dei più rilevanti look: il make per il biondo platino delle star degli Anni Venti, le labbra scintillanti di Joan Crawford negli Anni Trenta e le magiche ciglia finte per la star del cinema muto, come Phyllis Haver. Il forte ed innovativo impatto di questi look, insieme all'amore che le star del cinema dimostravano per il "loro" make-up artist ufficiale, crearono una vera e propria moda e desiderio di perfezione che ogni donna decise di rincorrere.
Max Factor non fu soltanto il padre della cosmesi intesa come prodotti, ma anche di numerose tecniche di applicazione. Questa expertise nel mondo della bellezza è cresciuta nel tempo e fino ai nostri giorni. Sviluppare prodotti innovativi condividendo la profonda conoscenza tecnica dei professionisti del make-up con il nostro pubblico di consumatrici è ciò che ispira ancora oggi il marchio Max Factor nel mondo.
Una delle attrici che sono più ammirate per la sua bellezza è Angelina Jolie, un viso etereo perfetto trucco perfetto. Ma la sua truccatrice dice: La diva dei film d'azione si confronta quotidianamente con il problema delle borse sotto gli occhi
«Anche sul set, è una lotta», racconta la make-up artist Joanna Schlip, «e il problema è che Angelina dorme poco, fuma troppo e spesso arriva con gli occhi gonfi e segnati. Così, prima di intervenire con il trucco, la obbligo a sottoporsi a trattamenti mirati».
A eseguire i trattamenti specifici è Robin Mc Donald, titolare della Day Spa Ole Henriksen's, a West Hollywood. Il suo segreto? Tiene la specialità per il contorno occhi nel frigorifero: così si amplificano i principi attivi e, quando si utilizza, agisce più in fretta. Poi, ogni due giorni, applica sul volto dell’attrice una maschera decongestionante e anti age. Per il make-up, invece, «applico un velo di ombretto in polvere bianco iridescente intorno agli occhi», risponde la Schlip, «e, prima del mascara, faccio un trattamento delle ciglia al silicone, così da dare più volume».
Abbiamo intervistato Uno dei migliori Make up artist giovane del momento Samuele Miccoli, pugliese, sbarcato a Roma per inseguire la sua arte.

-INTERVISTA A SAMUELE MICCOLI-

D: Samuele quando hai pensato di fare questo mestiere di make up artist?
R: Mi sono trasferito a Roma dalla Puglia nel 99 ,avevo gia' deciso di voler lavorare nel mondo dello spettacolo , ma bisognava cominciare da qualche parete e a parer mio Roma era il posto giusto "Cinecitta'" il cinema la moda era un sogno che poteva diventare realta'.
D: E’ sempre stato ciò che volevi fare da grande? Oppure prima avevi altri sogni?
R: Sono sempre stato attirato da questo mondo , ma facevo altre cose: dipingevo ,studiavo psicologia,mi piacevano tante cose , ma non avevo ancora deciso cosa avrei fatto ...
D: A che età hai iniziato, ed è stato difficile inserirsi?
R: Non c'e' una vera eta' l'ho sempre fatto ,pettinavo truccavo le mie 3 cugine poi sono passato a le amiche modelle , ma era solo puro divertimento.
D: Hai frequentato una scuola?
R: Si ho fatto dei corsi ma gia' quando lavoravo , la vera esperienza si fa così , perche' piccole che siano si hanno delle responsabilita'.
D. Hai una persona che è stato il tuo “maestro” che ti è stato fonte di ispirazione?
R: Negli anni diverse , ma primo tra tutti il famoso truccatore Bruno Tarallo che a soli 20 anni lavorava gia' con attrici del calibro di Jiulia Roberts , Iman registi come Ferreri e mostri sacri come Elmut Newton ;per me e' stato un mentore , mi ha fatto innamorare di questo mestiere per il suo grande talento e bravo manager di se stesso...
Giusy Bovino grandissima parrucchiera del cinema che ha firmato capolavori come Malena o Il paziente inglese con grandi registi come Fellini, Minghella, Dino Risi , Tornatore, Benigni, Pasolini ecc ecc.
In questo momento sto lavorando con lei alla realizzazione de " I Borgia" film per il cinema spagnolo ambientato nel Rinascimento .
D: Hai iniziato subito con il cinema?
R: No ho iniziato con moda e fotografia, cose che mi piacciono ancora.
D: Mi potresti dire l’attrice del passato con cui avresti voluto lavorare?
R: Se avessi potuto con Marlene Dietrich ,
per il suo charme e femminilita' un po' androgena.
D: Con quale attrice italiana o mondiale vorresti lavorare?
R: Come attrice internazionale mi piacerebbe lavorare con Susan Sarandon, e la cantante attrice “Cher”.
D: Che differenza c’è tra le varie tipologie di make- up o di pettinature nel cinema, nella moda e nel teatro?
R: Le differenze sono molteplici, si richiede un lavoro differenziato che cambia a seconda delle luci , degli obbiettivi della macchina da presa del regista o dello stilista.
D:Quali preferisci?
R: E' sicuramente importante farle tutte come esperienze , per poi decidere quella per cui si e' più portati.
D: Come funziona il trucco sul set, devi sempre sentire il regista su come fare oppure hai campo libero?
R: Il regista ,costumista le persone con cui lavoro per capire come valorizzare al meglio il personaggio da creare,questo e' un lavoro che non si può fare da soli la riuscita di un lavoro e' determinata dalla sinergia che si ha con tutti i colleghi.
D: So che stai lavorando anche come “hair stylist”, ti senti soddisfatto, oppure il make up è al primo posto?
R: Ho iniziato con il make-up , ma a volte non e' vero che il primo amore non si dimentica mai, mi sto specializzando sulle pettinature d'epoca , ed e' una cosa che mi da' molta soddisfazione.
D: Cosa consiglieresti a un ragazzo o una ragazza che vuole intraprendere il tuo stesso lavoro?
R: Gli direi sicuramente di capire se e' questo il lavoro che realmente vogliono, perchè solo quando lo fai con il cuore, non ti preoccupi dei sacrifici ma sei portato a fare sempre di piu'
D: Con quali attrici, modelle e cantanti conosciute hai lavorato?
R: Con Sandra Ceccarelli, Francesca Neri, Cristian De Sica, Valeria Marini, Luisa Corna, i Matia Bazar, Anna Netrebko, Vittoria Puccini, Cecilia Bartoli ecc . Sto ultimando il mio sito nel quale ci sono delle immagini a cui sono affezionato come uno speciale sulle cantanti liriche per “Vogue” che potete vedere su : www.samuelemiccoli.com
D: Quali di queste ti è rimasta nel cuore?
R: A questa domanda preferirei non rispondere , perche' sarebbe difficile sceglierne una, da tanti personaggi ho ricevuto qualcosa: positivita', professionalita' e qualche volta ho trovato anche l'amicizia vera che continua anche oggi...sicuramente voglio un gran bene a Linda Batista che e' stata sempre presente anche fuori dal set...

di Cristiana Esposito

LA BESTIA NEL CUORE

Cristina Comencini porta sullo schermo il suo ultimo libro “La bestia nel cuore”. Film in concorso alla recente mostra del cinema di Venezia.
Il film è incentrato su Sabina è il personaggio intorno al quale ruota questa vicenda. La sua storia è quella dalla quale partono e si diramano anche le altre. Fa una vita molto tranquilla, , è una che fa doppiaggio, quindi è un’attrice che si è accontentata di mettere da parte la carriera. Ha questo compagno che ama molto Franco(Alessio Boni) è un attore integerrimo. Per lui il teatro è importante: ha fatto l’accademia, che ovviamente è una scuola importante. Per lui il teatro ha un valore, la parola ha un senso perché è portatrice di cultura, al massimo si può fare un cinema di alta qualità, con autori e basta L’inizio di questo film è un momento particolare: Franco è frustrato, perché in due anni ha fatto delle piccole apparizioni in teatri-off e non riesce ad essere indipendente né economicamente e nemmeno con il lavoro che ama fare. Quindi dopo l’incontro con un regista, che è Andrea Negri (interpretato da Giuseppe Battiston), decide di provare una nuova avventura e tornerà alla giovialità; perché il lavoro ti riabilita, ti fa sentire di nuovo vivo. Paradossalmente, una cosa che Franco non avrebbe mai preso in considerazione due anni prima, è quella che lo salva e lo tira fuori dal baratro della depressione, del malessere. Gli ritorna il buon umore, mentre prima era ombroso, scontroso, anche con Sabina. Il lavoro lo porta ad essere di nuovo sereno e tranquillo. All’improvviso nella vita di Sabina succede una piccola rivoluzione interna: dal momento in cui scopre di essere incinta, inizia a fare dei sogni molto strani, ad avere delle sensazioni molto negative, e capisce che queste sensazioni riguardano la sua storia familiare, la sua storia col padre e con la madre. Quindi decide di andare a trovare il fratello in America (che è interpretato da Luigi Lo Cascio). Non perché sia consapevole di dover scoprire qualcosa, ha soltanto la sensazione che in fondo deve fare un po’ di chiarezza nella sua vita privata, nella sua vita famigliare, nella storia della sua infanzia. In questo viaggio scoprirà quello che è il tema del film, cioè che lei e il fratello hanno subito da bambini degli abusi sessuali da parte del padre. E chiaramente, da quel momento in poi, la sua vita cambia completamente. Ci sarà un duro scontro, lacrime e cercare di sfondare un muro che il passato ha costruito nei loro cuori. . Io mi sono staccata dal libro, ho preso dal libro quello che riguardava i personaggi, le loro storie. Ma fino ad un certo punto: perché gli attori e la loro carnalità, il loro modo di recitare, il loro fisico, il loro modo di muoversi e anche i loro pensieri hanno influenzato molto i personaggi e li hanno trasformati un po’. E così è successo anche con gli ambienti in cui ho girato il film e non con gli ambienti che immaginavo mentre scrivevo. Dunque il film è diventato una cosa completamente nuova dice la Comencini.

Nel film hanno riscosso molto successo Angela finocchiaro, perfetta nel suo ruolo, lei interpreta un personaggio bellissimo, perché è una donna che ha avuto la vita spaccata in due da questa specie di tragedia che le è capitata. Il marito se n’è andato con una donna di trent’anni meno di lui, quindi era proprio un’amica della figlia. Da quel giorno non si è più risollevata; per cui è una donna che, nel momento in cui è aggredita, attacca. Dovrebbe essere una donna ironica, spiritosa e intelligente, ma di fatto è una donna sempre attenta, diffidente e molto sensibile, per cui ogni minimo cambio di sguardo o di intonazione di voce lei l’avverte e si arrocca. Come dice Cristina, è un personaggio che è passato sotto un camion, un trattore. Poi, in realtà, nell’arco del film questa donna trova la maniera di riaprirsi all’amore, in un modo a cui non aveva assolutamente pensato. La forza che ha viene fuori in maniera più creativa e meno distruttiva che all’inizio, quando era un po’ inaridita e dolorante, cinica.La persona che la cambia radicalmente è Emilia una intensa è brava Stefania Rocca. Emilia è una ragazza di trent’anni che è diventata cieca a vent’anni e l’ha scoperto pian piano. E’ una donna che non ha ancora digerito questa sua condizione, per cui è un po’ rabbiosa, chiusa in se stessa, ed è una donna che vive di ricordi. E’ nata omosessuale ed è innamorata follemente di Sabina. In fondo Sabina è la persona che l’ha conosciuta prima, che l’ha vista, ed è l’unica persona che le è rimasta vicina tutto questo tempo. Quindi è l’unica persona che ha la sensazione di poter vedere, perché l’aveva vista prima di diventare cieca.
Mi sono iscritta ad un’associazione di ciechi ed ho incominciato a lavorare con loro. Prima come volontaria, perché mi permetteva di vedere diverse psicologie di delle persone cieche, come alcuni possono affrontare questa cosa, e come altri no. Facevo esattamente quello che Sabina fa per Emilia, e che Maria fa per Emilia. In seguito ho iniziato a fare il training che fanno tutti i ciechi quando lo diventano: come utilizzare il bastone, come imparare il braille. Ad un certo punto avevo ancora più paura, perché avevo visto tutte queste cose e non sapevo come fare per metterle in atto dice La Rocca a Venezia.

La Mezzogiorno ha vinto come migliore attrice protagonista la coppa Volpi alla mostra del cinema di Venezia, anche se devo essere sincera, lo avrebbe meritato Stefania Rocca, ha fatto un grande lavoro sull’attore, ha scordato davvero di vedere, ha fatto un lavoro che pochi attori italiani fanno, un metodo che usano nelle scuole celebri di recitazione in America, come l’Actor Studio.In questo dramma, la Comencini è riuscita a mettere anche un pizzico di comicità, grazie anche al talento comico innato della Finocchiaro. Così come nella vita, anche nei momenti più dolorosi, ci possono essere risate, bisogna sempre portare la verità al cinema. Questo film, racconta il tema della pedofilia, ma ancora più duramente, perché il pedofilo non è che lo incontri per strada, gli basta solo attraversare il corridoio.. Come possiamo non provare un minimo di rabbia, di dolore di odio, verso un padre che violenta i suoi bambini. Come possiamo giudicare le persone che fanno del male, e che non mostrano né pietà né rimorso. Un tema che è difficile da affrontare, anche coraggioso da inscenarlo a mio parere.Io credo che questo film pur non essendo un capolavoro del cinema mondiale, con giudizi contrastanti, credo che o forse spero ,che un pedofilo che abbia guardato il film sia stato colpito, messo allo specchio, risucchiato nel film, si sia sentito protagonista e che forse potrebbe fermare l’orrore che provoca. Poi mi fermo a pensare ad altri che hanno visto il film, a quelli che hanno anche loro una “bestia nel cuore” che rimane lì, come una cicatrice che non andrà più via,a loro che avranno sofferto come Sabina e Daniele. Non cambierà la loro vita e non la renderà meno dura, ma grazie al cinema tante persone sono riuscite a vivere e a immaginarsi una vita diversa fatta di colori è sfumature.
Questa è la magia del cinema.

Cristiana Esposito


RIFLETTORI PUNTATI

Riflettori puntati, in verità ancora in minima parte, anno 2005, su di una nuova visione di cinema. Il maggior volume di affari legato alle produzioni cinematografiche in Italia e in Europa, vede ancora l’impegno maggiore da parte delle case di produzione, nello sviluppo di progetti legati a concezioni tecnico artistiche già conosciute, nei circuiti lavorativi già oltremodo sfruttati, nelle risorse di mercato che paiono ormai sature, dunque spesso infruttuose. Ovvio che un dibattito sul tema aprirebbe scenari di discussione ben più ampi e complessi, ci sforziamo perciò, per ora, di non approfondire la questione ne tantomeno di arrivare a conclusioni riguardo il fenomeno culturale tutto italiano sviluppatosi negli ultimi anni, ovvero il fenomeno della non cultura, del non studio, della non preparazione, che ha portato l’aspirazione ad apparire, che ha portato a far credere ai più che la cultura sia qualcosa di vecchio o adatto agli attempati, che ha reso l’antico tempio del cinema italiano, cinecittà, il regno della tv d’intrattenimento e delle televendite; in Europa e nel mondo le cose vanno in un altro modo, dunque consapevoli delle diverse realtà tentiamo di approfondire il discorso, mantenendo però un certo malessere per lo stato attuale delle cose, nel paese da cui noi proveniamo. L’argomento risulta assai complesso, per poter arrivare a chiarire determinati argomenti, per poter dare maggiore informazione, per poterne parlare in maniera soddisfacente e il più completa possibile, Romantech tenta, con queste scritture, di dare una introduzione all’argomento in maniera diretta ed il più semplice possibile, per, nel contempo, introdurre il visitatore interessato, in un viaggio informativo progressivamente sempre più dettagliato. Per nuova visione di cinema si intende la predisposizione stessa degli addetti ai lavori, al concetto di mercato globale, di finalità artistiche come obiettivo primario, di risorse umane volte a concepire idee nuove legate alla sensibilità artistica dei giovani europei; negli ultimi quindici venti anni, siamo tutti concordi nel ritenere che il cinema europeo in generale abbia avuto una flessione di immagine, di economia, di attenzione delle masse, con diverse eccezioni, anche questo va detto, ma che rimangono comunque raggi di luce in una uniformità di buio che si riflette poi nell’immaginario stesso della gente comune, dello spettatore. Dovendo racchiudere in una frase il pensiero generale della gente riguardo il mercato del cinema si potrebbe dire che ”il cinema europeo (mai uniforme)rappresenta l’antico ed obsoleto, in raffronto diretto con i concetti spettacolari e totali del cinema statunitense, il cinema italiano rappresenta ciò che era grande da cui tutti nel mondo hanno appreso qualcosa e che ora però sovrastano con facilità”.

Noi, nella nostra ingenuità tanto cercata nonché tanto duramente mantenuta, crediamo che la flessione europea sia un fatto del tutto normale e “fisiologico”, calcolando diversi fattori, tra cui alcuni davvero mostruosamente grandi come la crescita stessa generale degli Stati Uniti, esponenziale e inarrestabile come è stato negli ultimi 20/30 anni per il cinema e che li vede primeggiare in ogni settore, nello sport come nelle tecnologie, nell’industria come nei servizi, nella ricerca. Dunque riflettendo, pare ovvia una scalata di successo nel cinema. Da par nostro risulta impossibile riassumere in poche righe le cause del calo europeo, anche perché si aprirebbero scenari infiniti di discussione riguardo la consapevolezza della comunque mantenuta ricerca dei contenuti da parte nostra e del successo economico americano con progetti in fondo vuoti di ogni cosa, escludendo ovviamente i grandi autori e i grandi film ormai storici prodotti negli ultimi decenni; ma rimanendo alle cause, come detto impossibili da riassumere, l’unica cosa certa e in un certo senso obiettiva da dire, inerente al panorama italiano, è l’assoluta impotenza da parte degli addetti ai lavori a porre fine a questo mercato introspettivo, banale, fine a se stesso, tenendo ben presente la qualità italiana, innata, un film scarso italiano altrove risulterebbe certamente migliore rispetto a tanti altri, riferendoci alla tecnica, alla qualità, ma ci chiediamo: come rendere i nostri prodotti esportabili con una proiezione di interesse mondiale, come è stato in passato? Noi, nella nostra ingenuità, tanto cercata, tanto duramente mantenuta, vediamo nella storia del cinema due grandi generazioni: la prima, quella della scoperta, della libertà creativa, dell’arte, della sperimentazione, la prima generazione del cinema lavorava in un ambiente tutto sommato semplice e genuino.La seconda è la generazione di chi veniva dopo i primi, in tutti i sensi, è la generazione che ha formato una vera e propria categoria di lavoratori, è la generazione che ha visto moltiplicarsi a dismisura il fenomeno cinema, le persone che intendono lavorarci, dunque guadagnarci, il moltiplicarsi di professioni e mansioni tecniche. La seconda generazione ha vissuto, a nostro giudizio, la fase peggiore da vivere, quella dell’assestamento generale di ruoli, gerarchie, suddivisione di poteri e guadagni, la fase dove ognuno pretendeva una fetta della torta. Oggi,anno 2005, crediamo sia dovere dei giovani che si affacciano ora nel mondo del cinema, ripartire dalle proprie idee, dalla capacità di sognare, di saper agire senza farsi contaminare da ideologie fasulle; con attenzione particolare però nel saper distinguere tra le innumerevoli persone che intendono lavorare nello spettacolo, vera moda del momento, e che, seppur in buona fede, convinti d’essere meritevoli di una posizione lavorativa che gli dia immagine e successo, tentano e ritentano non si sa bene cosa, e chi in cuor suo nasce con una sensibilità artistica radicata nel profondo della sua persona e che trova l’impedimento maggiore a realizzare la propria arte, proprio nell’esser coinvolto in una fase storica dove la corsa al lavoro “artistico” è la moda, dunque insabbiato tra le masse. Noi ventenni del duemila, pronti ad apprendere il cinema, ma entusiasti di portare ad esso un pensiero nuovo ed attuale, senza nessuno sforzo, perché nostro, è parte di noi, che ripartiamo dall’Europa unita come unico stato, fieri d’esser europei, fieri d’aver assimilato quello che per i nostri padri è il progresso che avanza e che per noi è semplicemente ciò che è. Oggi pare che qualcosa si stia muovendo, oggi tra le istituzioni sembra proprio che qualcuno inizi a sviluppare queste correnti di pensiero, e sembra proprio, a noi, che tanto abbiamo patito l’indifferenza del sistema verso nuovi orizzonti ideologici, tecnici ed artistici legati all’Europa unita e alla cultura stessa dei popoli, che si sia arrivati al principio del cambiamento; forti però dei riscontri, delle conferme delle medesime emozioni e sentimenti, delle stesse “idee” e convinzioni avuti con i giovani nostri coetanei dei diversi paesi dell’unione, abbiamo conservato nel tempo la speranza che questi messaggi arrivassero ai più.

L’attenzione nostra oggi è rivolta a quelle persone legate ad importanti gruppi finanziari e politici del settore cinematografico in Europa, che,negli ultimi mesi, sembrano proprio essere usciti allo scoperto, proclamando l’intento, finora celato, di cominciare a tessere definitivamente rapporti collaborativi tra tutti gli stati membri, con un punto di vista già totalmente immerso nella visione di Europa come stato nuovo, giovane, con un bacino di potenzialità infinite, con la consapevolezza che ci sia bisogno di innovazione nelle tecniche, con la consapevolezza che oggi il cinema è tecnologia. La nostra attenzione è rivolta dunque a cineuropa.org, tramite il quale è possibile avere un’illustrazione omogenea del fenomeno cinema in Europa, dalla cronaca degli accadimenti politico-cinematografici alla vetrina per artisti e opere e, se vogliamo, punto finale e rappresentativo della nascente identità europea, una vetrina interattiva del cinema europeo. E proprio da questa fonte informativa, certamente più interessata di giornali e canali tematici intenti a diffondere la facciata del cinema quella più bella splendente e sorridente, che abbiamo potuto apprendere, nei mesi scorsi, che qualcosa sta cambiando nel pensiero politico-cinematografico dell’unione, forse le nuove generazioni politiche stanno introducendo un nuovo pensiero. Il commissario europeo di società dell’informazione e media Vivianne Reding ha dichiarato l’intento di “utilizzare le nuove tecnologie per dare maggiori opportunità al nostro cinema europeo, soprattutto alle produzioni indipendenti ed ai film d’autore”. Quella che pare proprio essere una frase detta nel mezzo di un fiume di parole, e che pare proprio voler dire rilanciamo il cinema attraverso le tecnologie ed i giovani, ha attirato l’attenzione di molti, soprattutto la nostra, considerata la nostra posizione e le nostre idee che coinvolgono giovani studenti di tutta l’Europa, considerando la carica ricoperta dalla signora Reding, il contesto ove si sono fatti tali proclami, considerando l’immediatezza del messaggio, come si pone rispetto al punto da dove si intende ripartire, che appare davvero vicino al nostro, considerando tutto ciò, a noi questa breve frase suscita entusiasmo, certamente disincantato, ma pur sempre importante che andrà ad aumentare notevolmente la nostra attenzione verso gli organi sopra citati, nella nostra breve lista di movimenti di persone, di organizzazioni lavorative, di organi politici, decisi come noi a far partire questa macchina di entusiasmo costituita dai giovani e dalle loro arti. Convinti che, l’importanza e il valore di un libro sia al pari del cinema, per noi straordinari veicoli di cultura .

Virgilio Napoli 14/12/2005


Good night, and Good Luck.

Edward R. Murrow è un famoso anchor man della CBS che, dopo essere venuto a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore McCarthy in cui vengono fatti i nomi di tutti coloro i quali sono sospettati di essere filo-comunisti, decide di dedicare il suo programma televisivo alla figura del controverso senatore. Nonostante le difficoltà dovute al clima instaurato, nonostante minacce di morte e intimidazioni, Murrow riuscirà ad avere un ruolo fondamentale nella fine del maccartismo. Più di trent'anni fa un film di Sydney Pollack raccontava di come due cronisti fecero cadere il presidente Nixon; oggi Clooney, alla sua seconda opera come regista, rende omaggio a quella stessa tradizione di cul'America si fa vanto: la verità attraverso l'informazione. Lo fa raccontando la storia vera del giornalista Murrow, magistralmente interpretato da David Strathairn, popolare conduttore di una trasmissione televisiva, che raccontò al pubblico americano di come il maccartismo e i suoi metodi inquisitori e anticostituzionali colpivano il cuore dell'America, fatto da intellettuali e semplici impiegati sospettati di avere simpatie filo comuniste, in un'epoca in cui il terrore del nemico e la certezza di un'imminente catastrofe rendevano fertile il terreno in cui la propaganda maccartista riusciva impunemente a muoversi. Sembra fin troppo ovvio che Clooney parli dell'America degli anni Cinquanta per parlare di quella odierna: denunciare un'informazione che, troppo dipendente dagli sponsor milionari e dal potere decisionale di chi finanzia, si imbavaglia anche da sola. "Oggi il governo non perseguita gli individui facendo leva sulle nostre vecchie paure", dice Clooney, "come il pericolo di una guerra nucleare o il timore che il nostro vicino sia un comunista. Ma la nuova proposta per la sicurezza nazionale, il Patrioct Act, è allarmante. Non importa se a detenere il potere è la sinistra o la destra, i media devono comunque vigilare. Non si tratta solo di diritto alla vigilanza, ma di "dovere, di responsabilità".

Meno ovvio dovrebbe essere il cucire addosso a Clooney bandiere di anti-americanismo, del resto lui stesso rende con forza omaggio al suo Paese, a cui critica semmai l'aver smarrito la "retta via" del puro potere dell'informazione, il "Quarto Potere", quello che controlla tutti gli altri poteri. "Il poter esprimere le idee è la cosa che più amo del mio Paese", continua l'attore, "Ogni trent'anni circa innalziamo fortificazioni, soffochiamo le libertà civili, e questo accade per paura. Poi rimettiamo le cose a posto, generalmente in modo pacifico, cosa questa che ad altri Paesi riesce meno bene." Il film fa molti riferimenti a fatti che i più giovani probabilmente ignorano, ma ha il merito di riuscire a raccontare la storia di Murrow senza dover necessariamente sapere chi siano i vari protagonisti dell'epoca, attraverso uno stile rigoroso, un bianco e nero che rende lineare il salto tra finzione e documento storico, con riprese volte a catturare impercettibili movimenti rivelatori di emozioni e piccole tensioni: "Volevo che il mio film avesse il sapore di un documentario, per questo non ho usato lenti anamorfiche per non rendere l'immagine troppo ampia. Doveva armonizzarsi con i filmati di repertorio. Usare il bianco e il nero mi ha aiutato". E' attraverso questo stile che si delineano i personaggi, in primis proprio il senatore McCarthy, interprete di se stesso, causa prima della sua stessa fine. Del film sorprende proprio come il personaggio del senatore risulti squallido, corrotto, bugiardo, prepotente, alcolizzato, senza quell'intelligenza la cui mancanza ha probabilmente evitato all'America drammi più grandi. Infatti, più che a causa delle denunce di Murrow, fu McCarthy stesso ad auto distruggersi attraverso la televisione e la pura e semplice realtà che l'immagine televisiva portava nelle case degli americani.

Oggi si sfrutta la paura della gente per limitarne la libertà, in molti paesi del mondo, la libertà è una parola che non si conosce come l’avere dei diritti. Non importa se al potere ci sia la destra o la sinistra, l’importante è vigilare e fare la cosa giusta per tutelare e andare incontro a ogni cittadino. Siamo in un paese libero, dove ognuno di noi ha libertà di scegliere e di dire ciò che approva o disapprova. Ma mi rendo conto che a volte non sia così semplice, non centra nulla con la politica sicuramente, ma vi pongo due miei quesiti. Prendiamo ad esempio una cameriera, un ruolo di tutto rispetto, ma spesse volte questo ruolo non è facile da “interpretare”. In alcuni locali,(Non tutti per fortuna) vengono sfruttate per pochi euro, non le rispettano e vengono trattate come povere ignoranti. Sia dai superiori che da alcuni clienti. Rimanendo nello stesso ambiente, prendiamo due tipi di cliente, uno importante l’altro meno. Il primo verrà servito come un imperatore e gli viene fatto anche un grosso sconto, nel secondo caso, invece un servizio normale ma niente sconto. Io credo che tutti devono avere lo stesso trattamento tutti abbiamo diritto a questo, forse è un parere adolescenziale, ma in questi quesiti non c’è libertà non ci sono diritti. E ognuno di noi deve avere la possibilità di conquistarsi ciò che merita.

Cristiana Esposito

VENEZIA… IL DOPO

CROFF E MULLER GETTANO LA MASCHERA:
LA RASSEGNA DELLA CAPITALE FA PAURA…

Venezia- Finita la festa, si parla di libertà. Smaltiti i postumi dell’ultimo banchetto( cenone e danze disco per milleduecento invitati intorno alla piscina del “Des Bains”), scampate le polemiche per il verdetto della giuria e tracciato un bilancio positivo dell’edizione appena conclusa, i padroni di casa affrontano il tema del giorno senza tanti giri di parole. Roma contro Venezia, il nuovissimo festival inventato da Veltroni che, già a un anno del debutto, incombe sulla Mostra come una minaccia: Croff e Muller abbandonano i minuetti diplomatici dei giorni scorsi e dicono apertamente come la pensano. <<Venezia porta in dote 72 anni di storia, Roma soltanto speranze>>, esordisce il presidente della Biennale. <<Noi abbiamo Muller, con i suoi contatti e la sua esperienza. Loro non si sa ancora chi…>>.

La scelta della collocazione, poi: <<Hanno deciso di organizzare il nuovo festival a metà ottobre. Ma è troppo vicino all’American Film Market, che si tiene a Los Angeles alla fine del mese e ha di fatto spazzato via il Mifed di Milano. E chi mai andrebbe a Roma pochi giorni prima…? In quelle date, l’idea di creare un mercato cinematografico nella Capitale è destinata al fallimento>> Rincara, Muller:<<L’unica possibilità di far nascere un mercato capace di tenere testa a Berlino, Cannes e Los Angeles è di agganciarlo a Venezia. Se un produttore americano, tanto per fare un esempio, spende settanta per partecipare alla Mostra, aggiungerà trenta per allestire il suo stand al Lido. Vuoi mettere poi la suggestione della Laguna, il richiamo dei grandi alberghi in cui ospitano le star, l’atmosfera unica della città? Non c’è bisogno di creare un festival per attirare il grande cinema a Roma: la gli stranieri sono di casa, ci vanno continuamente per promuovere i film>>. Quindi l’affondo: <<Anche Parigi ha provato più di una volta a mettere in piedi l’alternativa a Cannes, ma non ha mai funzionato. Noi siamo tranquilli, abbiamo una tradizione e un appeal a prova di bomba. Siamo sicuri che un festival che parte da zero abbia le stesse potenzialità?>>. Alla faccia delle sinergie, delle promesse di collaborare e bandire ogni rivalità proclamate davanti ad autorità e giornalisti di tutto il mondo. <<Parliamoci chiaro>>, dice Croff. <<Il festival di Roma è una realtà che avviene al di là della nostra volontà. Non possiamo impedirla né condizionarla. Allora invece di insultarci e fare tante querimonie, cerchiamo di lavorare insieme, mettere in piedi iniziative comuni, attività permanenti….Il nostro vero problema è il nuovo palazzo del cinema. Per costruirlo stiamo chiamando a raccolta tutte le categorie locali, banche, imprenditori, aziende che purtroppo per ora cercano di tenersi fuori. Le infrastrutture per noi, sono una priorità>>. Al punto di accettare gli eventuali finanziamenti di Gheddafi…? <<Nella ricerca di partner non escludo nulla. Come si dice: pecunia non olet. E poi, perché scandalizzarsi tanto? Già negli anno ’70 la Libia entrò nel capitale della Fiat…>>

Dallo scontro Roma –Venezia si passa a parlare delle scele della giuria della Mostra. << Verdetto pluralistico, da parte nostra nessuna pressione>>, assicura Muller. Quanto al cinema italiano, per il direttore del festival i migliori film dell’anno sono due che, per ragioni di date, non hanno potuto invitare al Lido: <<Quo vadis baby? Per aver realizzato la sua vocazione d’autore e Manuale d’amore per l’innovativa concezione produttiva e registica. Non avere dato il David di Donatello ad Aurelio De Laurentis è un autentico scandalo>>. A Venezia, alla cerimonia dei Leoni il produttore romano non c’era. Il premio “Cinema del Futuro – Luigi De Laurentis””, centomila dollari messi in palio dalla Filmauro per la migliore opera prima, è stato perciò consegnato dala figlia di Aurelio, la bella 24enne Valentina, a 13 di Gela Babluani, regista georgiano di appena 27 anni.

 

LE REPLICHE
BETTINI: IL PERICOLO NON SIAMO NOI

GIANCARLO LEONE:
<<SARA’ UN BENE PER IL CINEMA ITALIANO>>

ROMA - Manca ancora un anno all’inizio, ma c’è già un fuoco di fila contro la nascitura “Festa del cinema di Roma”, che per nove giorni porterà all’Auditorium Parco della Musica e in tutta la Capitale i protagonisti della produzione mondiale e le loro opere.
Le risposte agli attacchi non tardano ad arrivare. Il presidente di Musica per Roma, Goffredo Bettini, è stupefatto: <<Mi meraviglio che qualcuno possa solo pensare che la Festa del cinema sia in competizione con la Mostra. AQ Venezia abbiamo firmato un protocollo di collaborazione con la Biennale, che vedrà impegnate le due fondazioni in programmi comuni. Per Roma pensiamo a un evento completamente diverso: non sarà una vetrina d’eccellenza come Venezia, ma una grande festa metropolitana, di qualità, anche se popolare. Sulle possibilità di successo, lasciamo che sia la storia a decidere, consapevoli però che sarebbe una grande responsabilità non puntare sull’enorme valore simbolico e la grande capacità produttiva di Roma, a favore del rilancio del cinema italiano. Venezia non è in pericolo per la festa di Roma: se mai, negli anni passati, ha subito la concorrenza insidiosa di Cannes, Berlino e Toronto. E’ tempo di essere consapevoli che la competizione è globale>>.

E’ d’accordo il presidente RaiCinema, Giancarlo Leone: << Sono produttore, distributore e lavoro sia con i film italiani che con quelli internazionali: dal mio punto di vista, saluto con vero entusiasmo la nascita della “Festa del cinema di Roma”. Credo che sarà una grande vetrina. Veltroni, peraltro, ha avuto la sensibilità di confrontarsi con buona parte del mondo del cinema, prima di prendere questa decisione. E non vedo competizione o sovrapposizioni insuperabili con la Mostra di Venezia. Ottobre mi sembra un buon periodo: dà la possibilità di presentare i film che non erano pronti per il Lido. E in più, la manifestazione romana promette di essere fondamentalmente una festa, anche se con una parte di concorso, il che è assai diverso. Si parla di guerra fra le due manifestazioni, lo so. Ma credo che la festa di “Roma” farà del bene al cinema italiano e anche alla Mostra: la competizione, nel senso buono del termine, può anche aiutare: ha buone strutture, un sindaco esperto di cinema tanto da scegliere i “competentissimi” Mario Sesti e Giorgio Godetti per giudicare il festival e anche la possibilità di creare un mercato>>.

Secondo il produttore Riccardo Tozzi (Cattleya) << il festival romano ha molte frecce al suo arco. L’idea di farne una rassegna che unisca pubblico e critica mi sembra ottima, una formula molto moderna. Per non parlare del fatto che Roma, avendo tutte le strutture necessarie, offrirebbe anche la possibilità di costruire un mercato, dopo la “morte del Mifed”. La concorrenza con la Mostra…? Venezia dovrà”ripensarsi”, rinnovarsi. E questo è un bene perché, festival romano a parte, la Mostra, se non cambia nulla è a rischio di vita>>.

Non è invece della stessa opinione Georgette Ranucci (Lucky Red): <<Grazie anche a Veltroni, Roma è finalmente una Capitale vera, non ha nessun bisogno di festival popolari. E per di più si tratta di una città nella quale è passato tanto cinema: nessuno si emozionerà nel vedere passeggiare Robert de Niro o Tom Cruise>>.


-Il Messaggero Lunedì 12 settembre 2005-


 

                                        

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