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IL MAKE UP Il trucco è il mezzo concreto attraverso il quale
è possibile modificare il proprio volto in modo che si avvicini
il più possibile ad un concetto astratto ed assoluto di bellezza
(o di tendenza). Nella Vita di tutti giorni ogni donna giovane o meno
giovane, non rinuncia al trucco neanche in palestra.Quindi il trucco non
è indispensabile solo per personaggi cinematografici ma anche per
donne di qualsiasi classe. Nel periodo pre-classico: in Omero viene attribuita la
perfezione fisica alle divinità ed agli eroi di cui, di volta in
volta, si mettono in risalto le membra armoniose e possenti, se sono maschi,
o le guance rosate, gli occhi cerulei e le bianche braccia, se sono femmine.
IL RINASCIMENTO 600/700 L’ETA’ CONTEMPORANEA Scopi Ingredienti Il marchio moderno per la cosmesi di Max Factor è noto come il make-up dei make-up artists. Ed in realtà lo stesso Mr. Max Factor è stato il padre di innumerevoli innovazioni nel magico mondo della cosmesi, dal primo fondotinta alle ciglia finte, dettando il look delle donne di varie generazioni. I look che Max Factor creava ad Hollywood per le dive del grande schermo hanno costruito il concetto di bellezza del ventesimo secolo e sono stati copiati dalle donne di tutto il mondo. Era il 1914 ad Hollywood e Max Factor creò allora
alcuni dei più rilevanti look: il make per il biondo platino delle
star degli Anni Venti, le labbra scintillanti di Joan Crawford negli Anni
Trenta e le magiche ciglia finte per la star del cinema muto, come Phyllis
Haver. Il forte ed innovativo impatto di questi look, insieme all'amore
che le star del cinema dimostravano per il "loro" make-up artist
ufficiale, crearono una vera e propria moda e desiderio di perfezione
che ogni donna decise di rincorrere.
-INTERVISTA A SAMUELE MICCOLI- D: Samuele quando hai pensato di fare questo mestiere
di make up artist? di Cristiana Esposito Cristina Comencini porta sullo schermo il suo ultimo libro
“La bestia nel cuore”. Film in concorso alla recente mostra
del cinema di Venezia. Nel film hanno riscosso molto successo Angela finocchiaro,
perfetta nel suo ruolo, lei interpreta un personaggio bellissimo, perché
è una donna che ha avuto la vita spaccata in due da questa specie
di tragedia che le è capitata. Il marito se n’è andato
con una donna di trent’anni meno di lui, quindi era proprio un’amica
della figlia. Da quel giorno non si è più risollevata; per
cui è una donna che, nel momento in cui è aggredita, attacca.
Dovrebbe essere una donna ironica, spiritosa e intelligente, ma di fatto
è una donna sempre attenta, diffidente e molto sensibile, per cui
ogni minimo cambio di sguardo o di intonazione di voce lei l’avverte
e si arrocca. Come dice Cristina, è un personaggio che è
passato sotto un camion, un trattore. Poi, in realtà, nell’arco
del film questa donna trova la maniera di riaprirsi all’amore, in
un modo a cui non aveva assolutamente pensato. La forza che ha viene fuori
in maniera più creativa e meno distruttiva che all’inizio,
quando era un po’ inaridita e dolorante, cinica.La persona che la
cambia radicalmente è Emilia una intensa è brava Stefania
Rocca. Emilia è una ragazza di trent’anni che è diventata
cieca a vent’anni e l’ha scoperto pian piano. E’ una
donna che non ha ancora digerito questa sua condizione, per cui è
un po’ rabbiosa, chiusa in se stessa, ed è una donna che
vive di ricordi. E’ nata omosessuale ed è innamorata follemente
di Sabina. In fondo Sabina è la persona che l’ha conosciuta
prima, che l’ha vista, ed è l’unica persona che le
è rimasta vicina tutto questo tempo. Quindi è l’unica
persona che ha la sensazione di poter vedere, perché l’aveva
vista prima di diventare cieca. La Mezzogiorno ha vinto come migliore attrice protagonista
la coppa Volpi alla mostra del cinema di Venezia, anche se devo essere
sincera, lo avrebbe meritato Stefania Rocca, ha fatto un grande lavoro
sull’attore, ha scordato davvero di vedere, ha fatto un lavoro che
pochi attori italiani fanno, un metodo che usano nelle scuole celebri
di recitazione in America, come l’Actor Studio.In questo dramma,
la Comencini è riuscita a mettere anche un pizzico di comicità,
grazie anche al talento comico innato della Finocchiaro. Così come
nella vita, anche nei momenti più dolorosi, ci possono essere risate,
bisogna sempre portare la verità al cinema. Questo film, racconta
il tema della pedofilia, ma ancora più duramente, perché
il pedofilo non è che lo incontri per strada, gli basta solo attraversare
il corridoio.. Come possiamo non provare un minimo di rabbia, di dolore
di odio, verso un padre che violenta i suoi bambini. Come possiamo giudicare
le persone che fanno del male, e che non mostrano né pietà
né rimorso. Un tema che è difficile da affrontare, anche
coraggioso da inscenarlo a mio parere.Io credo che questo film pur non
essendo un capolavoro del cinema mondiale, con giudizi contrastanti, credo
che o forse spero ,che un pedofilo che abbia guardato il film sia stato
colpito, messo allo specchio, risucchiato nel film, si sia sentito protagonista
e che forse potrebbe fermare l’orrore che provoca. Poi mi fermo
a pensare ad altri che hanno visto il film, a quelli che hanno anche loro
una “bestia nel cuore” che rimane lì, come una cicatrice
che non andrà più via,a loro che avranno sofferto come Sabina
e Daniele. Non cambierà la loro vita e non la renderà meno
dura, ma grazie al cinema tante persone sono riuscite a vivere e a immaginarsi
una vita diversa fatta di colori è sfumature. Cristiana Esposito Riflettori puntati, in verità ancora in minima parte, anno 2005, su di una nuova visione di cinema. Il maggior volume di affari legato alle produzioni cinematografiche in Italia e in Europa, vede ancora l’impegno maggiore da parte delle case di produzione, nello sviluppo di progetti legati a concezioni tecnico artistiche già conosciute, nei circuiti lavorativi già oltremodo sfruttati, nelle risorse di mercato che paiono ormai sature, dunque spesso infruttuose. Ovvio che un dibattito sul tema aprirebbe scenari di discussione ben più ampi e complessi, ci sforziamo perciò, per ora, di non approfondire la questione ne tantomeno di arrivare a conclusioni riguardo il fenomeno culturale tutto italiano sviluppatosi negli ultimi anni, ovvero il fenomeno della non cultura, del non studio, della non preparazione, che ha portato l’aspirazione ad apparire, che ha portato a far credere ai più che la cultura sia qualcosa di vecchio o adatto agli attempati, che ha reso l’antico tempio del cinema italiano, cinecittà, il regno della tv d’intrattenimento e delle televendite; in Europa e nel mondo le cose vanno in un altro modo, dunque consapevoli delle diverse realtà tentiamo di approfondire il discorso, mantenendo però un certo malessere per lo stato attuale delle cose, nel paese da cui noi proveniamo. L’argomento risulta assai complesso, per poter arrivare a chiarire determinati argomenti, per poter dare maggiore informazione, per poterne parlare in maniera soddisfacente e il più completa possibile, Romantech tenta, con queste scritture, di dare una introduzione all’argomento in maniera diretta ed il più semplice possibile, per, nel contempo, introdurre il visitatore interessato, in un viaggio informativo progressivamente sempre più dettagliato. Per nuova visione di cinema si intende la predisposizione stessa degli addetti ai lavori, al concetto di mercato globale, di finalità artistiche come obiettivo primario, di risorse umane volte a concepire idee nuove legate alla sensibilità artistica dei giovani europei; negli ultimi quindici venti anni, siamo tutti concordi nel ritenere che il cinema europeo in generale abbia avuto una flessione di immagine, di economia, di attenzione delle masse, con diverse eccezioni, anche questo va detto, ma che rimangono comunque raggi di luce in una uniformità di buio che si riflette poi nell’immaginario stesso della gente comune, dello spettatore. Dovendo racchiudere in una frase il pensiero generale della gente riguardo il mercato del cinema si potrebbe dire che ”il cinema europeo (mai uniforme)rappresenta l’antico ed obsoleto, in raffronto diretto con i concetti spettacolari e totali del cinema statunitense, il cinema italiano rappresenta ciò che era grande da cui tutti nel mondo hanno appreso qualcosa e che ora però sovrastano con facilità”. Noi, nella nostra ingenuità tanto cercata nonché tanto duramente mantenuta, crediamo che la flessione europea sia un fatto del tutto normale e “fisiologico”, calcolando diversi fattori, tra cui alcuni davvero mostruosamente grandi come la crescita stessa generale degli Stati Uniti, esponenziale e inarrestabile come è stato negli ultimi 20/30 anni per il cinema e che li vede primeggiare in ogni settore, nello sport come nelle tecnologie, nell’industria come nei servizi, nella ricerca. Dunque riflettendo, pare ovvia una scalata di successo nel cinema. Da par nostro risulta impossibile riassumere in poche righe le cause del calo europeo, anche perché si aprirebbero scenari infiniti di discussione riguardo la consapevolezza della comunque mantenuta ricerca dei contenuti da parte nostra e del successo economico americano con progetti in fondo vuoti di ogni cosa, escludendo ovviamente i grandi autori e i grandi film ormai storici prodotti negli ultimi decenni; ma rimanendo alle cause, come detto impossibili da riassumere, l’unica cosa certa e in un certo senso obiettiva da dire, inerente al panorama italiano, è l’assoluta impotenza da parte degli addetti ai lavori a porre fine a questo mercato introspettivo, banale, fine a se stesso, tenendo ben presente la qualità italiana, innata, un film scarso italiano altrove risulterebbe certamente migliore rispetto a tanti altri, riferendoci alla tecnica, alla qualità, ma ci chiediamo: come rendere i nostri prodotti esportabili con una proiezione di interesse mondiale, come è stato in passato? Noi, nella nostra ingenuità, tanto cercata, tanto duramente mantenuta, vediamo nella storia del cinema due grandi generazioni: la prima, quella della scoperta, della libertà creativa, dell’arte, della sperimentazione, la prima generazione del cinema lavorava in un ambiente tutto sommato semplice e genuino.La seconda è la generazione di chi veniva dopo i primi, in tutti i sensi, è la generazione che ha formato una vera e propria categoria di lavoratori, è la generazione che ha visto moltiplicarsi a dismisura il fenomeno cinema, le persone che intendono lavorarci, dunque guadagnarci, il moltiplicarsi di professioni e mansioni tecniche. La seconda generazione ha vissuto, a nostro giudizio, la fase peggiore da vivere, quella dell’assestamento generale di ruoli, gerarchie, suddivisione di poteri e guadagni, la fase dove ognuno pretendeva una fetta della torta. Oggi,anno 2005, crediamo sia dovere dei giovani che si affacciano ora nel mondo del cinema, ripartire dalle proprie idee, dalla capacità di sognare, di saper agire senza farsi contaminare da ideologie fasulle; con attenzione particolare però nel saper distinguere tra le innumerevoli persone che intendono lavorare nello spettacolo, vera moda del momento, e che, seppur in buona fede, convinti d’essere meritevoli di una posizione lavorativa che gli dia immagine e successo, tentano e ritentano non si sa bene cosa, e chi in cuor suo nasce con una sensibilità artistica radicata nel profondo della sua persona e che trova l’impedimento maggiore a realizzare la propria arte, proprio nell’esser coinvolto in una fase storica dove la corsa al lavoro “artistico” è la moda, dunque insabbiato tra le masse. Noi ventenni del duemila, pronti ad apprendere il cinema, ma entusiasti di portare ad esso un pensiero nuovo ed attuale, senza nessuno sforzo, perché nostro, è parte di noi, che ripartiamo dall’Europa unita come unico stato, fieri d’esser europei, fieri d’aver assimilato quello che per i nostri padri è il progresso che avanza e che per noi è semplicemente ciò che è. Oggi pare che qualcosa si stia muovendo, oggi tra le istituzioni sembra proprio che qualcuno inizi a sviluppare queste correnti di pensiero, e sembra proprio, a noi, che tanto abbiamo patito l’indifferenza del sistema verso nuovi orizzonti ideologici, tecnici ed artistici legati all’Europa unita e alla cultura stessa dei popoli, che si sia arrivati al principio del cambiamento; forti però dei riscontri, delle conferme delle medesime emozioni e sentimenti, delle stesse “idee” e convinzioni avuti con i giovani nostri coetanei dei diversi paesi dell’unione, abbiamo conservato nel tempo la speranza che questi messaggi arrivassero ai più. L’attenzione nostra oggi è rivolta a quelle
persone legate ad importanti gruppi finanziari e politici del settore
cinematografico in Europa, che,negli ultimi mesi, sembrano proprio essere
usciti allo scoperto, proclamando l’intento, finora celato, di cominciare
a tessere definitivamente rapporti collaborativi tra tutti gli stati membri,
con un punto di vista già totalmente immerso nella visione di Europa
come stato nuovo, giovane, con un bacino di potenzialità infinite,
con la consapevolezza che ci sia bisogno di innovazione nelle tecniche,
con la consapevolezza che oggi il cinema è tecnologia. La nostra
attenzione è rivolta dunque a cineuropa.org, tramite il quale è
possibile avere un’illustrazione omogenea del fenomeno cinema in
Europa, dalla cronaca degli accadimenti politico-cinematografici alla
vetrina per artisti e opere e, se vogliamo, punto finale e rappresentativo
della nascente identità europea, una vetrina interattiva del cinema
europeo. E proprio da questa fonte informativa, certamente più
interessata di giornali e canali tematici intenti a diffondere la facciata
del cinema quella più bella splendente e sorridente, che abbiamo
potuto apprendere, nei mesi scorsi, che qualcosa sta cambiando nel pensiero
politico-cinematografico dell’unione, forse le nuove generazioni
politiche stanno introducendo un nuovo pensiero. Il commissario europeo
di società dell’informazione e media Vivianne Reding ha dichiarato
l’intento di “utilizzare le nuove tecnologie per dare maggiori
opportunità al nostro cinema europeo, soprattutto alle produzioni
indipendenti ed ai film d’autore”. Quella che pare proprio
essere una frase detta nel mezzo di un fiume di parole, e che pare proprio
voler dire rilanciamo il cinema attraverso le tecnologie ed i giovani,
ha attirato l’attenzione di molti, soprattutto la nostra, considerata
la nostra posizione e le nostre idee che coinvolgono giovani studenti
di tutta l’Europa, considerando la carica ricoperta dalla signora
Reding, il contesto ove si sono fatti tali proclami, considerando l’immediatezza
del messaggio, come si pone rispetto al punto da dove si intende ripartire,
che appare davvero vicino al nostro, considerando tutto ciò, a
noi questa breve frase suscita entusiasmo, certamente disincantato, ma
pur sempre importante che andrà ad aumentare notevolmente la nostra
attenzione verso gli organi sopra citati, nella nostra breve lista di
movimenti di persone, di organizzazioni lavorative, di organi politici,
decisi come noi a far partire questa macchina di entusiasmo costituita
dai giovani e dalle loro arti. Convinti che, l’importanza e il valore
di un libro sia al pari del cinema, per noi straordinari veicoli di cultura
. Edward R. Murrow è un famoso anchor man della CBS che, dopo essere venuto a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore McCarthy in cui vengono fatti i nomi di tutti coloro i quali sono sospettati di essere filo-comunisti, decide di dedicare il suo programma televisivo alla figura del controverso senatore. Nonostante le difficoltà dovute al clima instaurato, nonostante minacce di morte e intimidazioni, Murrow riuscirà ad avere un ruolo fondamentale nella fine del maccartismo. Più di trent'anni fa un film di Sydney Pollack raccontava di come due cronisti fecero cadere il presidente Nixon; oggi Clooney, alla sua seconda opera come regista, rende omaggio a quella stessa tradizione di cul'America si fa vanto: la verità attraverso l'informazione. Lo fa raccontando la storia vera del giornalista Murrow, magistralmente interpretato da David Strathairn, popolare conduttore di una trasmissione televisiva, che raccontò al pubblico americano di come il maccartismo e i suoi metodi inquisitori e anticostituzionali colpivano il cuore dell'America, fatto da intellettuali e semplici impiegati sospettati di avere simpatie filo comuniste, in un'epoca in cui il terrore del nemico e la certezza di un'imminente catastrofe rendevano fertile il terreno in cui la propaganda maccartista riusciva impunemente a muoversi. Sembra fin troppo ovvio che Clooney parli dell'America degli anni Cinquanta per parlare di quella odierna: denunciare un'informazione che, troppo dipendente dagli sponsor milionari e dal potere decisionale di chi finanzia, si imbavaglia anche da sola. "Oggi il governo non perseguita gli individui facendo leva sulle nostre vecchie paure", dice Clooney, "come il pericolo di una guerra nucleare o il timore che il nostro vicino sia un comunista. Ma la nuova proposta per la sicurezza nazionale, il Patrioct Act, è allarmante. Non importa se a detenere il potere è la sinistra o la destra, i media devono comunque vigilare. Non si tratta solo di diritto alla vigilanza, ma di "dovere, di responsabilità". Meno ovvio dovrebbe essere il cucire addosso a Clooney bandiere di anti-americanismo, del resto lui stesso rende con forza omaggio al suo Paese, a cui critica semmai l'aver smarrito la "retta via" del puro potere dell'informazione, il "Quarto Potere", quello che controlla tutti gli altri poteri. "Il poter esprimere le idee è la cosa che più amo del mio Paese", continua l'attore, "Ogni trent'anni circa innalziamo fortificazioni, soffochiamo le libertà civili, e questo accade per paura. Poi rimettiamo le cose a posto, generalmente in modo pacifico, cosa questa che ad altri Paesi riesce meno bene." Il film fa molti riferimenti a fatti che i più giovani probabilmente ignorano, ma ha il merito di riuscire a raccontare la storia di Murrow senza dover necessariamente sapere chi siano i vari protagonisti dell'epoca, attraverso uno stile rigoroso, un bianco e nero che rende lineare il salto tra finzione e documento storico, con riprese volte a catturare impercettibili movimenti rivelatori di emozioni e piccole tensioni: "Volevo che il mio film avesse il sapore di un documentario, per questo non ho usato lenti anamorfiche per non rendere l'immagine troppo ampia. Doveva armonizzarsi con i filmati di repertorio. Usare il bianco e il nero mi ha aiutato". E' attraverso questo stile che si delineano i personaggi, in primis proprio il senatore McCarthy, interprete di se stesso, causa prima della sua stessa fine. Del film sorprende proprio come il personaggio del senatore risulti squallido, corrotto, bugiardo, prepotente, alcolizzato, senza quell'intelligenza la cui mancanza ha probabilmente evitato all'America drammi più grandi. Infatti, più che a causa delle denunce di Murrow, fu McCarthy stesso ad auto distruggersi attraverso la televisione e la pura e semplice realtà che l'immagine televisiva portava nelle case degli americani. Oggi si sfrutta la paura della gente per limitarne la libertà, in molti paesi del mondo, la libertà è una parola che non si conosce come l’avere dei diritti. Non importa se al potere ci sia la destra o la sinistra, l’importante è vigilare e fare la cosa giusta per tutelare e andare incontro a ogni cittadino. Siamo in un paese libero, dove ognuno di noi ha libertà di scegliere e di dire ciò che approva o disapprova. Ma mi rendo conto che a volte non sia così semplice, non centra nulla con la politica sicuramente, ma vi pongo due miei quesiti. Prendiamo ad esempio una cameriera, un ruolo di tutto rispetto, ma spesse volte questo ruolo non è facile da “interpretare”. In alcuni locali,(Non tutti per fortuna) vengono sfruttate per pochi euro, non le rispettano e vengono trattate come povere ignoranti. Sia dai superiori che da alcuni clienti. Rimanendo nello stesso ambiente, prendiamo due tipi di cliente, uno importante l’altro meno. Il primo verrà servito come un imperatore e gli viene fatto anche un grosso sconto, nel secondo caso, invece un servizio normale ma niente sconto. Io credo che tutti devono avere lo stesso trattamento tutti abbiamo diritto a questo, forse è un parere adolescenziale, ma in questi quesiti non c’è libertà non ci sono diritti. E ognuno di noi deve avere la possibilità di conquistarsi ciò che merita. Cristiana Esposito CROFF E MULLER GETTANO LA MASCHERA: Venezia- Finita la festa, si parla di libertà. Smaltiti i postumi dell’ultimo banchetto( cenone e danze disco per milleduecento invitati intorno alla piscina del “Des Bains”), scampate le polemiche per il verdetto della giuria e tracciato un bilancio positivo dell’edizione appena conclusa, i padroni di casa affrontano il tema del giorno senza tanti giri di parole. Roma contro Venezia, il nuovissimo festival inventato da Veltroni che, già a un anno del debutto, incombe sulla Mostra come una minaccia: Croff e Muller abbandonano i minuetti diplomatici dei giorni scorsi e dicono apertamente come la pensano. <<Venezia porta in dote 72 anni di storia, Roma soltanto speranze>>, esordisce il presidente della Biennale. <<Noi abbiamo Muller, con i suoi contatti e la sua esperienza. Loro non si sa ancora chi…>>. La scelta della collocazione, poi: <<Hanno deciso di organizzare il nuovo festival a metà ottobre. Ma è troppo vicino all’American Film Market, che si tiene a Los Angeles alla fine del mese e ha di fatto spazzato via il Mifed di Milano. E chi mai andrebbe a Roma pochi giorni prima…? In quelle date, l’idea di creare un mercato cinematografico nella Capitale è destinata al fallimento>> Rincara, Muller:<<L’unica possibilità di far nascere un mercato capace di tenere testa a Berlino, Cannes e Los Angeles è di agganciarlo a Venezia. Se un produttore americano, tanto per fare un esempio, spende settanta per partecipare alla Mostra, aggiungerà trenta per allestire il suo stand al Lido. Vuoi mettere poi la suggestione della Laguna, il richiamo dei grandi alberghi in cui ospitano le star, l’atmosfera unica della città? Non c’è bisogno di creare un festival per attirare il grande cinema a Roma: la gli stranieri sono di casa, ci vanno continuamente per promuovere i film>>. Quindi l’affondo: <<Anche Parigi ha provato più di una volta a mettere in piedi l’alternativa a Cannes, ma non ha mai funzionato. Noi siamo tranquilli, abbiamo una tradizione e un appeal a prova di bomba. Siamo sicuri che un festival che parte da zero abbia le stesse potenzialità?>>. Alla faccia delle sinergie, delle promesse di collaborare e bandire ogni rivalità proclamate davanti ad autorità e giornalisti di tutto il mondo. <<Parliamoci chiaro>>, dice Croff. <<Il festival di Roma è una realtà che avviene al di là della nostra volontà. Non possiamo impedirla né condizionarla. Allora invece di insultarci e fare tante querimonie, cerchiamo di lavorare insieme, mettere in piedi iniziative comuni, attività permanenti….Il nostro vero problema è il nuovo palazzo del cinema. Per costruirlo stiamo chiamando a raccolta tutte le categorie locali, banche, imprenditori, aziende che purtroppo per ora cercano di tenersi fuori. Le infrastrutture per noi, sono una priorità>>. Al punto di accettare gli eventuali finanziamenti di Gheddafi…? <<Nella ricerca di partner non escludo nulla. Come si dice: pecunia non olet. E poi, perché scandalizzarsi tanto? Già negli anno ’70 la Libia entrò nel capitale della Fiat…>> Dallo scontro Roma –Venezia si passa a parlare delle scele della giuria della Mostra. << Verdetto pluralistico, da parte nostra nessuna pressione>>, assicura Muller. Quanto al cinema italiano, per il direttore del festival i migliori film dell’anno sono due che, per ragioni di date, non hanno potuto invitare al Lido: <<Quo vadis baby? Per aver realizzato la sua vocazione d’autore e Manuale d’amore per l’innovativa concezione produttiva e registica. Non avere dato il David di Donatello ad Aurelio De Laurentis è un autentico scandalo>>. A Venezia, alla cerimonia dei Leoni il produttore romano non c’era. Il premio “Cinema del Futuro – Luigi De Laurentis””, centomila dollari messi in palio dalla Filmauro per la migliore opera prima, è stato perciò consegnato dala figlia di Aurelio, la bella 24enne Valentina, a 13 di Gela Babluani, regista georgiano di appena 27 anni.
LE REPLICHE GIANCARLO LEONE: ROMA - Manca ancora un anno all’inizio, ma c’è
già un fuoco di fila contro la nascitura “Festa del cinema
di Roma”, che per nove giorni porterà all’Auditorium
Parco della Musica e in tutta la Capitale i protagonisti della produzione
mondiale e le loro opere. E’ d’accordo il presidente RaiCinema, Giancarlo Leone: << Sono produttore, distributore e lavoro sia con i film italiani che con quelli internazionali: dal mio punto di vista, saluto con vero entusiasmo la nascita della “Festa del cinema di Roma”. Credo che sarà una grande vetrina. Veltroni, peraltro, ha avuto la sensibilità di confrontarsi con buona parte del mondo del cinema, prima di prendere questa decisione. E non vedo competizione o sovrapposizioni insuperabili con la Mostra di Venezia. Ottobre mi sembra un buon periodo: dà la possibilità di presentare i film che non erano pronti per il Lido. E in più, la manifestazione romana promette di essere fondamentalmente una festa, anche se con una parte di concorso, il che è assai diverso. Si parla di guerra fra le due manifestazioni, lo so. Ma credo che la festa di “Roma” farà del bene al cinema italiano e anche alla Mostra: la competizione, nel senso buono del termine, può anche aiutare: ha buone strutture, un sindaco esperto di cinema tanto da scegliere i “competentissimi” Mario Sesti e Giorgio Godetti per giudicare il festival e anche la possibilità di creare un mercato>>. Secondo il produttore Riccardo Tozzi (Cattleya) << il festival romano ha molte frecce al suo arco. L’idea di farne una rassegna che unisca pubblico e critica mi sembra ottima, una formula molto moderna. Per non parlare del fatto che Roma, avendo tutte le strutture necessarie, offrirebbe anche la possibilità di costruire un mercato, dopo la “morte del Mifed”. La concorrenza con la Mostra…? Venezia dovrà”ripensarsi”, rinnovarsi. E questo è un bene perché, festival romano a parte, la Mostra, se non cambia nulla è a rischio di vita>>. Non è invece della stessa opinione Georgette Ranucci (Lucky Red): <<Grazie anche a Veltroni, Roma è finalmente una Capitale vera, non ha nessun bisogno di festival popolari. E per di più si tratta di una città nella quale è passato tanto cinema: nessuno si emozionerà nel vedere passeggiare Robert de Niro o Tom Cruise>>.
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